Una delle tracce presentate ai maturandi per l’esame di stato ci dà occasione di riproporre un interessante passaggio sulla genesi della traduzione dei Lirici greci di Quasimodo, riportato in una conversazione tra Luciano Anceschi e Marco Macciantelli, suo allievo, rimasta a lungo inedita e ora pubblicata sul n. 47 della rivista «Studi di estetica».

[…] La poesia di Quasimodo mi piaceva, anche se mi sembrava un po’ limitata. Ebbi così l’intuizione, secondo me molto precisa, che Quasimodo avesse in mano uno strumento che lo rendesse adatto ad un lavoro di traduzione. Ora, si dava il caso che io, durante il liceo, avessi letteralmente perso la testa per i lirici greci, ne avessi fatto una lettura appassionata. Ebbi un insegnante che si chiamava Untersteiner, anche per qualche periodo del ginnasio superiore. Per me era un grande professore, a cui piaceva fare traduzione dai frammenti dei tragici. Questo gusto per le intensità del frammento, perciò, era, per me, in quegli anni, molto vivo. A un certo punto associai Quasimodo all’idea di tradurre i lirici greci, magari con una sopraffazione di tipo intellettuale, però mi sembrava che il frammentismo greco potesse essere interpretato da un poeta.
[…]
La questione è questa. Io ero molto giovane, anche se non proprio giovanissimo, come età; ma molto giovane come letterato; avevo fatto i miei primi studi, finalmente i miei libri avevano cominciato a circolare ed ero diventato abbastanza amico di Quasimodo. Camminando lungo Foro Bonaparte, un giorno, parlando con Quasimodo, gli dissi di quest’idea dei Lirici greci. Quasimodo fu molto recettivo, capì immediatamente. Quasimodo è sempre stato particolarmente attratto verso le cose che avessero una grande eco, mentre per me la traduzione dei lirici greci costituiva veramente un’importante operazione culturale. Quella che era la poesia di allora poteva estendersi dal dominio di un periodo limitato (la poesia italiana di allora arrivava, infatti, soltanto al Seicento) e poteva essere, perciò, recuperata anche una forma di classicità, col ritorno ad un passato troppo a lungo dimenticato. E forse queste intenzioni da Quasimodo non vennero interamente partecipate. Quasimodo si mise così a lavorare con l’aiuto mio e di altri, consultò alcuni professori universitari, ci furono anche polemiche su questo aspetto. E così è nata l’idea dei Lirici greci, come un concetto di cultura letteraria, di estensione dell’interesse dei poeti moderni alla classicità, di acquisto di una zona che era stata circoscritta al semplice insegnamento scolastico. Il pubblico dei lettori scoprì i lirici greci attraverso quella traduzione.

[Tratto da Le ragioni di un metodo che non si impone. Colloqui con Luciano Anceschi, a cura di Marco Macciantelli, in Anceschi e gli specchi dell’estetica, «Studi di estetica», 47, pp. 26-27]

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