Il redattore digitale

I processi di innovazione che stanno investendo l’editoria, in particolare le modalità di gestione dei contenuti, richiedono figure professionali diverse da quelle utilizzate fino a qualche anno fa. L’analisi dei testi che arrivano in casa editrice (commissionati da consulenti, trovati da talent scout, acquistati sul mercato internazionale) richiede competenze legate alla comprensione dell’argomentazione e della struttura del testo. A queste si aggiungono una serie di abilità informatiche legate alla vera e propria gestione del prodotto. La rilevanza delle nuove tecnologie è aumentata dal fatto che il libro non è qualcosa in sé conchiuso, che una volta “ripulito” e “aggiustato” termina la sua vita sugli scaffali delle librerie, nelle biblioteche o in mano ai lettori. E’ qualcosa di più simile ad un contenitore momentaneo di testi, che possono poi prendere le più diverse forme, almeno tutte quelle verso cui spingono i nuovi modelli di business dell’editoria avanzata. Lo stesso contenuto può nascere sotto forma di saggio destinato alla varia per passare poi nei contenuti digitali di un corso a distanza, rientrare in un volume di più ampie dimensioni, partecipare a miscellanee sullo stesso argomento. Per non dire di novellizzazioni, trascritture, traduzioni verso altri media. Il lavoro del redattore digitale allora si compenetra profondamente al tessuto del testo e le competenze trasversali e multifunzione diventano la chiave di sviluppo dei nuovi prodotti. Ora, la mancanza di queste figure professionali viene affrontata attraverso la collaborazione di professionisti provenienti da diversi settori, ma quando si ha la fortuna di trovare qualcuno che possieda tanto la capacità di leggere in modo maturo quanto le conoscenze, peraltro affascinanti, di gestione automatica dei contenuti, la velocità e la qualità dell’innovazione crescono in maniera significativa. Le università si sono riempite rapidamente di corsi di editoria, ma quanti affrontano queste problematiche transdisciplinari?

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